Feeds:
Articoli
Commenti

Pause di riflessione

(Post iniziato qualche giorno fa…)

Il mio viaggio ha subito un’interruzione. O meglio, non che non mi stia muovendo, ora sono in Danimarca, ma per altri scopi meno nobili e poco legati alla Mia idea del Mio viaggio. Nel frattempo tento di continuare nella tessitura della mia nuova rete sociale, da Vicenza, da Copenhagen. Al mio ritorno per un paio di giorni mi dedicheró alla sistemazione della bici da viaggio, grazie ad Andrea che – viste le mie abilitá attuali – si é offerto di seguirmi un po’ in questo. Poi da mercoledí vorrei riiniziare gli incontri con gli amici lasciati dall’esperienza in Toscana. Delle tappe in Basilicata e in Toscana non ho ancora raccontato nulla.

L’aggancio con Jatatú  é arrivato al Giardino della Gioia, dove Gianni mi ha presentato Vittorio. E cosí ho seguito la corrente fino a questa realtá nascente vicino al paesino di Ruoti, IMG_3355-2in Basilicata. Un progetto permaculturale molto ambizioso, la cui ideazione é cominciata con Luigi circa tre anni fa. Dopo aver lasciato la sua terra natale per molti anni per studiare, Luigi ha deciso di tornare e prendere in mano le terre di famiglia, per gestirle secondo principi di ecologia, specificitá del luogo e quello che comporta la permacultura. Dopo un paio d’anni circa si é aggiunto Vittorio. Anche Valentina, compagna di Luigi, contribuisce quando puó alla sua realizzazione, seppur non si senta completamente parte del progetto. Tre giovani con grandi sogni da portare avanti pian piano. La cosa che piú mi ha colpito soprattutto in Valentina e Luigi é stata la voglia di capire davvero il loro territorio, le origini di quei paesi, le vicessitudini, la cultura del luogo, ricercando informazioni nei libri di storia, nei racconti delle persone anziane e cosí via. Riscoprendo le proprie radici dalle basi, indagando da migliaia di anni orsono fino ai giorni nostri. Era un piacere ascoltare i loro racconti che trasparivano un entusiasmo e una voglia di (ri)scoperta non facile da trovare, soprattutto nei giovani. Il loro progetto comprende, oltre all’attivitá agricola, il recupero di una casetta in paese e la rivitalizzazione del borgo antico di Ruoti grazie ad un centro culturale-permaculturale.IMG_3389-27 La passione di Vittorio, invece, é la cucina. In uno spirito di autoproduzione e utilizzo di prodotti sostanzialmente vegetali e biologici, é capace spesso e volentieri di spendere una mattinata per deliziare i compagni di viaggio con un pranzetto ricercato.

Anche con loro l’attivitá principale durante la mia permanenza é stata la raccolta delle olive. In un luogo bellissimo a circa 40 km da Ruoti, vicino a delle colline spettacolari, tra calanchi, macchia mediterranea dai mille colori e un caldo sole autunnale. IMG_3488-3Una domenica i ragazzi avevano organizzato di ritrovarsi anche con alcuni parenti, tra cui le nonne di Vale e Luigi. Ne é risultata una giornata carinissima di ritorno al passato in chiave moderna, con la partecipazione di tutte le generazioni alla raccolta delle olive, seguita da un picnic che ha mantenuto alta la reputazione dell’abbondanza dei  pasti meridionali. A dire il vero, tutti i giorni in cui siamo andati a raccogliere le olive la mamma di Luigi ci preparava delle scorte di cibo che nulla avevano da invidiare a dei pranzi di pasqua (e non ci si sorprende che il mio peso sia notevolmente aumentato in quella settimana).

Salutati gli amici in Basilicata, il viaggio è continuato in Toscana, dove a Fucecchio c’erano ad aspettarmi Gabriele, Anna e Devis. La settimana successiva, a cui si sono aggiunte Sara e Karin, è stata un’occasione bellissima per avvicinarmi a questi ragazzi conosciuti nella RIVE, tra raccolta olive, lunghe chiacchierate, panificazione, passeggiate e anche tante, tante risate.picisto-20121213144748-310353 Queste persone (insieme a tante altre che ho avuto la fortuna di incontrare negli ultimi mesi) mi danno coraggio (di)mostrandomi che vivere in un’altra maniera è possibile. Non senza problemi e difficoltà, ma quando la vita lo è. Ma le difficoltà si superano, quando non si è soli. Sempre più mi convinco del potere e della necessità della comunità come nuovo nucleo sociale. La società odierna concepisce esclusivamente la famiglia (quasi esclusivamente di primo grado) come unità di base; questo si sta dimostrando insufficiente a rispondere alle esigenze dell’individuo e dell’Uomo come essere facente parte del pianeta Terra. Fino a pochi decenni fa, soprattutto nei paesi, le persone vivevano in comunità. Si riducevano i costi e si ottimizzavano le risorse tramite la condivisione di alcuni beni (basti pensare ai forni comuni, ai lavatoi e così via); ci si relazionava e ci si legava emotivamente nei luoghi di ritrovo come la piazza, la chiesa; ci si aiutava mutualmente, per esempio durante i momenti di alta richiesta di manodopera nei lavori agricoli, come le raccolte. Tutte questo è quello che gli ecovillaggi cercano di fare oggi. L’unica differenza tra le comunità di allora e di adesso è che una volta la comunità non ce la si sceglieva, era generalmente quella di nascita, mentre ai nostri giorni si parla di comunità intenzionali.  Forse per me per il momento son solo sogni, ma per molti è già realtà e questo mi dà speranza!

IMG_3401-38Quest’anno é stata la prima volta che ho avuto la fortuna di fare la raccolta delle olive, in diversi luoghi lungo lo stivale. Le tecniche di raccolta sono diverse, ed io ne ho potute vedere solo alcune. Escludendo l’agricoltura industriale che arriva ad utilizzare degli orribili macchinoni con una specie di pinzoni enormi che prendono il tronco e scuotono la pianta cosí violentemente da far cadere le olive (e che fortunatamente io ho solo visto in documentari), i piccoli agricoltori raccolgono a mano, perlopiú con l’aiuto di rastrellini di plastica che “pettinando” le fronde fanno cadere le olive che non passano attraverso i denti, o con attrezzi elettrici o a benzina, IMG_3485-110sempre provvisti di lunghi denti, che con movimenti rotatori o verticali velocissimi colpiscono le fronde impigliandosi e staccando le olive (e anche un po’ di foglie e rametti) con rapiditá. Alcuni lasciano per molto tempo i teli sotto la pianta e raccolgono anche le olive che cadono da sole, ma non credo che quell’olio lo usino per sé. La piú affascinante a parer mio é sicuramente la raccolta a mano. Questa non é una semplice raccolta, una mera attivitá agricola. E’ un’attivitá speciale, un po’ magica, un intrico di convivialitá, spazio meditativo, dimostrazione evidente di forte passione e amore per la terra ed il territorio. Effettivamente con il rastrellino la raccolta é piú rapida, ma l’uso delle mani ti permette di entrare in sintonia con la pianta, creare una sorta di mutuo massaggio… sentire tra le mani quelle mammelline sode e “mungere” un rametto alla volta é qualcosa di quasi mistico. Sí perché il movimento é proprio simile a quello della mungitura delle capre, scendendo lungo  i rami e chiudendo un po’ alla volta le dita dall’indice fino al mignolo. E mungendoli, massaggiandoli, quei rametti sottili e flessibili e le foglie turgide e appuntite ti restituiscono un massaggio palmare. Si instaura un rapporto intimo con la pianta (specialmente quando ci sei dentro, sui rami), IMG_3520-25ti senti di ricevere quasi devotamente il dono che l’albero ti porge con immensa generositá, senza chiederti nulla in cambio. E con questo rapporto il lavoro non é piú noioso e monotono, diventa uno spazio meditativo che ti porta a riflettere su di te, sull’uomo, sulla Vita. Questi momenti di ricercata solitudine si alternano ad altri dove tal volta si discorre con chi intorno a noi si sta dedicando alla stessa attivitá, tal altra si ascolta o si intona insieme un canto. Emergono discorsi profondi che avvicinano le persone. Si tessono relazioni, con la parola o col silenzio del lavoro condiviso. Terminato di far cadere le olive da un albero, si passa alla raccolta dei teli, anche qui con una tecnica particolare, e si vede il risultato del lavoro fatto. La raccolta a mano permette di produrre un olio di elevata qualitá: l’attenzione ai dettagli é alta, dal raccogliere solo olive sane, non marce, che non cadono naturalmente perché troppo mature ma raccolte al momento piú appropriato (sempre che i frantoi siano aperti!), al non calpestare le olive per evitare che rancidiscano dopo essere state schiacciate e alterino il sapore dell’olio, IMG_3500-13alla pulitura a mano dei rametti e degli altri corpi estranei prima del trasferimento nelle cassette o nei sacchi ecc. Se uno ci pensa razionalmente, é veramente un costo piú che un guadagno. Una giornata di raccolta a mano in 3-4 persone (non “professionisti”) possono risultare in un quintale, due al massimo, di olive. IMG_3240-28La resa dell’olio varia tra il 10 e il 22 percento circa (questa dipende anche dal grado di maturazione delle olive; piú verdi sono, piú la qualitá dell’olio é alta a discapito di una resa piú bassa; piú nere sono, piú alta é la resa); quindi da un quintale di olive si possono ottenere tra i 10 e i 22 litri di olio, ad un costo di 10-20 euro per quintale di olive per il servizio del frantoio; quest’olio ha un valore commerciale di 5-15 euro al litro (in Basilicata per esempio i prezzi sono molto bassi); se si fa un calcolo economico, il guadagno totale (esclusi i costi di manutenzione dell’uliveto, dei trasporti ecc.), da dividere per il numero di persone impiegate nella raccolta, risulta in qualcosa di davvero irrisorio, se esistente. Ed é proprio questa la chiave di lettura. L’olio fatto in un certo modo, di qualitá, non viene prodotto per guadagnarci. Mai. É una questione di passione, di amore, di identitá. Produrre un prodotto buono perché lo si considera importante. Per molti soprattutto in sud Italia l’olio é il prodotto per eccellenza che li identifica culturalmente come abitanti di quel territorio. Ed é un prodotto magico. IMG_3418-55Chissá come e quando l’uomo ha scoperto che da un frutto cosí amaro e apparentemente poco appetibile quando ancora é sull’albero si puó ricavare un prodotto cosí bello, lucente, con colore dal verde smeraldo al giallo oro, profumato, saporito. É una magia, un po’ come quando l’uomo ha trasformato il grano in pane. Quante cose si perdono a comprare una bottiglia di olio al supermercato. I paesaggi, le relazioni, la soddisfazione di vedere la trasformazione di un dono della Terra in un prodotto davvero eccezionale grazie al nostro lavoro. Ora che ho visto cosa c’é dietro, posso solo immaginare quali aboninevoli cose ci possano essere dietro ad un olio da supermercato. Se mi permettete un consiglio, se non avete la possibilitá di produrvi l’olio in casa o se non avete un amico di fiducia che lo produca e ve lo venda, affidatevi ad un produttore che conoscete, o tuttalpiú ad un GAS, spendete qualche euro in piú e dimenticatevi per sempre l’olio del supermercato.

IMG_3509-15

In sud Italia c’é un gran bel fermento. Sempre piú persone si stanno organizzando per creare uno stile di vita piú consapevole, attento ai consumi, all’ambiente e alle relazioni. Per questo si sentiva forte il bisogno di mandare un segnale – se vogliamo anche politico – da queste realtá in divenire. Ed é per questo che é nato l’incontro RIVE Sud, tenutosi dall’1 al 4 novembre al Giardino della Gioia, un giovane ecovillaggio nei pressi di Torre Mileto sul Gargano.

IMG_3349-55La nascita del Giardino della Gioia é iniziata con la necessitá di due cugine di origini pugliesi ma residenti in due grandi città italiane – che le portavano a condurre uno stile di vita che non la soddisfaceva piú – di tornare alle origini, nella terra del nonno, un bellissimo terreno con ulivi centenari che negli ultimi anni era stato abbandonato. Con il loro entusiasmo riuscirono in poco tempo a coinvolgere altre persone incluso alcune provenienti da esperienze di ecovillaggi e iniziarono loro progetto di vita comunitaria in sintonia con l’ambiente e stili di vita piú sostenibili. In pochi mesi intorno a loro si é creato un bel gruppo di persone, tra 20 e 25 individui, che proprio ora si sta consolidando come persone di riferimento che faranno parte del cosiddetto “cerchio degli anziani”.

Nel giro di circa due anni il gruppo ha dato vita a molti spazi comuni all’interno del terreno, decidendo di autocostruirsi strutture “leggere” (che non lasciano un’impronta nell’ambiente)IMG_3351-57 e visivamente armoniose con il paesaggio, utilizzando materiali locali e di recupero e utilizzando conoscenze antiche locali (per esempio il cannucciato). Con questa logica sono nate quattro yurte, un “circo” (spazio comune di aggregazione) uno spazio cucina con impianto di fitodepurazione, un forno in terra cruda, un bagno con tanto di rocket stove per l’acqua calda, due compost toilet, e due orti sinergici.
IMG_3299-20Le attenzioni per l’ambiente sono tante, dall’autoproduzione di energia elettrica con pannelli fotovoltaici, all’utilizzo della cucina solare e della lavatrice a pedali, IMG_3283-7al non-utilizzo della plastica (e della carta igienica, che comunque contiene sostanze inquinanti), al risparmio spintissimo dell’acqua (che scarseggia in questo luogo) grazie a tecniche come il lavaggio a secco dei piatti con la cenere (sgrassante e disinfettante) e l’uso di compost toilet che invece dello sciaquone utilizza la segatura.

L’ecovillaggio si caratterizza per essere un luogo di accoglienza, basato sulla fiducia e sul dono, IMG_3313-26e questo é sicuramente stato il messaggio che é arrivato a chi é stato loro ospite durante l’incontro RIVE. Il gruppo é anche riuscito a creare un bellissimo rapporto con il territorio (come l’ente Parco, i contadini locali ecc.). A riprova di questo é stato l’invito e la partecipazione del gruppo durante il raduno RIVE all’inaugurazione del cinema a San Nicandro, che si é dimostrato un evento dove abitanti e rappresentanti dell’amministrazione locale si sono fatti coinvolgere dall’entusiasmo e l’energia dei ragazzi del Giardino in canti, balli e Ohm nella forma del cerchio.

IMG_3341-49L’incontro RIVE é stato (come sempre) un concentrato di sorrisi, armonia ed energia positiva. Nonostante la presenza di realtá di ecovillaggio giá esistenti in Sud Italia fosse un po’ scarsa, moltissime erano le persone che erano venute con il sogno di creare un ecovillaggio al Sud e di incontrarne qui altre con cui condividere un progetto.
Molte sono state le attivitá proposte durante i giorni del raduno,
inclusi workshop che trattavano aspetti pratici e concreti come il compost toilet, l’orto sinergico, la panetteria o forme alternative di energia, ad altri che toccavano tematiche che spaziavano dalle relazioni all’interno di un ecovillaggio alle sue forme giuridiche, IMG_3332-41ad altri ancora che in maniera piú ampia proponevano concetti come la comunicazione nonviolenta, metodi decisionali, il dragon dreaming o diverse forme di meditazione e danza. Nei momenti buchi e soprattutto la sera si improvvisavano musiche, canti e balli attorno al fuoco, in un’atmosfera gioiosa e piena di amore per la Vita. Alla conclusione dell’incontro RIVE i Giardinieri hanno deciso di dedicarsi un po’ di tempo per confrontarsi sul loro progetto comune e prendere alcune decisioni importanti. A loro l’augurio di un buon lavoro con la certezza che ne usciranno ancora piú carichi di gioia ed energia di quanto giá non fossero. Grazie e a presto, Giardino della Gioia!IMG_3293-1

Vita sul vulcano

Dopo il periodo di wwoofing da Amedeo in Cilento andai a stare qualche giorno da Alessandra e Gianni, una coppia che avevo conosciuto al raduno RIVE di quest’estate a Vidracco e che sapevo sarebbero andati al raduno RIVE Sud sul Gargano a inizio Novembre. Vista su NapoliInizialmente sarei dovuta andare come volontaria al Giardino della Gioia (l’ecovillaggio che ospitava il raduno) alcuni giorni prima dell’inizio dell’evento, ma dopo essermi informata sulla possibilitá di una traversata Cilento-Gargano con trasporti pubblici, la scelta tra un viaggio della speranza con rischio di pernottamento di due notti a Potenza e l’andare il giorno di inizio del raduno insieme ad Alessandra e Gianni non fu difficile. Perció venni ospitata da questa splendida coppia ad Ercolano, sulle pendici del Vesuvio.
In quei giorni ci dedicammo soprattutto, pioggia permettendo, alla raccolta delle olive. IMG_3241-4Un’esperienza bellissima di condivisione del lavoro, lunghe chiacchierate, conoscenza di nuove persone, canti e allegria che trasformarono il lavoro di per sé un po’ monotono in momenti di gioia e amore per la vita. Gianni poi in quei giorni mi mostró il piú possibile dell’attivitá agricola che portano avanti, spiegandomi di coltivazione, alla produzione del vino, del maiale, alla quella dell’olio portandomi al frantoio, e cosí via.IMG_3238-26

Fino a metá degli anni ’90 Alessandra e Gianni lavoravano in un negozio che vendeva prodotti della carta; era l’azienda che aveva costituito il padre di Gianni e che aveva voluto che i figli portassero avanti: Gianni e le sue 4 (o 5) sorelle. Lui aveva cominciato subito dopo la terza media, ma la passione per l’agricoltura giá si faceva vedere. Grazie al rapporto con il postino di allora che faceva il vino, imparó il mestiere e successivamente costituí anche una cooperativa con alcuni amici per produrre e vendere il vino, parallelamente all’attivitá del negozio, anche se l’esperienza nonostante il successo economico non duró molto per altri motivi. Anche Alessandra aveva lavorato al negozio per un certo periodo, ma dopo tanti anni di attivitá non ce la facevano piú di quello stile di vita e cosí abbandonarono l’attivitá e cominciarono a dedicarsi appieno all’agricoltura sul Vesuvio ad Ercolano, nei terreni originariamente acquistati dai genitori di Alessandra. Nel frattempo erano nati i due loro figli, Federica e Luigi, che ora hanno 12 e 20 anni.
Alessandra e Gianni sono due instancabili lavoratori e si arrangiano in tantissime cose: innanzitutto la casa l’ha costruita in gran parte Gianni,IMG_3223-11 che sa fare davvero di tutto.  Producono ortaggi con relativi prodotti da conservazione (pomodori, pomodorini e salse di pomodoro, sottoli e sottoaceti ecc), frutta anche per marmellate e succhi, olio, vino (anche se da uva in gran parte acquistata, dato che il vigneto é modesto);
carni (soprattutto maiale) con i loro lavorati (insaccati di tutti i tipi, pezzi di carne, piatti con interiora ecc). Organizzano anche pranzi quasi esclusivamente con il loro prodotti, per un minimo di arrotondamento economico; anche per quanto riguarda quello che loro non riescono a produrre, spesso loro comprano le materie prime e poi Alessandra pensa a trasformarli in deliziosi prodotti come pasta, pane e pizza fatti in casa. Durante questi pranzi, tra una portata e l’altra Gianni porta gli ospiti a vedere l’orto e gli altri terreni, spiegando tecniche colturali, l’importanza di un’agricoltura di alta qualitá senza l’uso di sostanze chimiche e cosí via. Gianni mi ha spiegato tante cose dell’agricoltura di questa zona molto particolare, dedicando molto tempo per me nonostante ci fossero mille cose da fare. La terra di quest’area, essendo vulcanica, é una terra nerissima, sciolta, che ha portato a sviluppare un tipo particolare di lavorazione del terreno tipica vesuviana, picisto-20121130115617-988500che include una raschiatura delle piante spontanee (ad eccezione della gramigna che viene eliminata), una zappatura profonda e l’incorporazione delle spontanee grazie alla capacitá del terreno molto arieggiato di decomporre la sostanza organica in brevissimi tempi, seguito da ricopertura e livellatura. Quando puó Gianni adotta la tecnica della pacciamatura (con paglia se gliela regalano oppure con foglie di olivo e rametti triturati) che contiene le infestanti e ottimizza i consumi di acqua. A proposito di acqua, la casa di Gianni ed Alessandra non é collegata alla rete idrica e quindi l’acqua di casa scorre grazie ad un’opera importante (ovviamente home-made) di raccolta dell’acqua piovana (dato che é forse piú sicura di quella che potrebbe derivare da un pozzo, vista la vicinanza con un’immensa discarica di vecchia data).

Nonostante la passione per il loro lavoro e la loro terra, Gianni ed Alessandra stanno cercando di convincere i loro figli ad andarsene di lí, e pensando loro stessi di andarsene quando loro saranno autonomi e sistemati sotto un altro tetto. Fino a solo recentemente, il pericolo del Vesuvio veniva sminuito dai locali, tanto che si riferivano al vulcano come “la montagna” e i centri abitati sono proliferati all’inverosimile sulle sue pendici. Non so esattamente di quanti abitanti stiamo parlando, ma migliaia e migliaia si trovano nella cosiddetta “zona rossa” del vulcano. Fu anche contattato un rinomato geologo americano per studiare un piano strategico sulla questione. Lui propose una lungimirante ed ambiziosa opera di sensibilizzazione ed educazione spalmata su 200 anni che avrebbe dovuto portare al completo spopolamento dell’area a rischio e la costituzione di un parco naturale al suo posto. Ovviamente fu considerato un pazzo e l’amministrazione optó per un piano di evacuazione che prevede la costruzione di nuove strade di uscita dall’area del vulcano (con grandi benefici economici personali immediati dovuti a favoritismi legati alla costruzione di nuove infrastrutture). Una palese dimostrazione di cecitá, dato che giá con il traffico normale queste strade sono spesso rallentate o intasate, figuriamoci cosa succederebbe se tutti d’improvviso in preda al panico dovessero imboccarle per sfuggire al vulcano in procinto di esplosione (dato che il Vesuvio per le sue caratteristiche geologiche é considerato tra i vulcani piú pericolosi, soggetto ad fenomeni esplosivi violenti in caso di eruzione).
Per questo Alessandra e Gianni, forse con un po’ di amarezza, stanno cercando di “intimorire” i propri figli e spingerli a lasciare quella loro casa che poggia le fondamenta su un mare di lava in divenire. La loro idea é quella di trovare delle persone con cui intraprendere un’esperienza di condivisione come quella che fanno gli ecovillaggi, spostandosi in qualche altra zona d’Italia.
IMG_3273-9Nei pochi giorni in cui mi hanno ospitata ho capito quanto Gianni e Alessandra siano delle persone eccezionali. Si spendono in tutto e per tutto, la loro energia é contagiosa, la loro passione commovente e la loro generositá disarmante. Io non glie l’ho detto, ma ad avere dei compagni come loro ci metterei la firma subito.

(14 novembre)

Ne ho proprio fino alle orecchie dei treni ad alta velocitá. Nonostante sia riuscita quasi sempre ad evitarli, un paio di volte durante questo viaggio sono stata costretta ad usufruirne per motivi di tempo, o meglio, scarsa pianificazione. Un inferno. Oltre a costare un’enormitá (ad eccezione di alcune offerte), sono assolutamente irritanti e stressanti, almeno per me che in questo periodo sto trascorrendo la maggior parte del mio tempo lontano dal caos delle cittá. A partire dagli intasamenti nei corridoi che puntualmente si creano ad ogni stazione, ai continui annunci di benvenuto e pubblicitari sugli snack serviti dal vagone bar, ripetuti piú volte e in piú lingue, all’ininterrotto chiacchierio di business-men vestititi di tutto punto con l’ultimo modello di cellulare in mano sempre in comunicazione con persone di chissá dove. Vagoni pieni di persone che si parlano sopra, capaci di rapportarsi virtualmente con decine di persone lontane ma incapaci di comunicare con chi gli é seduto di fronte. E hanno anche il coraggio di vantarsi agli altoparlanti del relax e la tranquillitá di questi treni. Solo nelle gallerie c’é un po’ di tregua perché le linee – a volte – non prendono bene. La respiri proprio in questi treni l’aria da cittá impazzita, un mostro che corre a 240 kilometri orari e trascina rumore e frenesia fuori dai propri confini, rimpiazzando i trasporti di un tempo. Sí perché di treni piú lenti (ed economici) per lunghe distanze ormai non ne esistono piú, o sono rarissimi. L’alta velocitá é la “civiltá” e lo “sviluppo” che divorano il territorio, che corrono sempre piú forte, che non si fermano mai, che non guardano in faccia a nessuno. E si perde la concezione dello spazio, esistono solo i grossi centri urbani, non si riesce nemmeno a leggere i cartelli delle stazioni minori che appaiono improvvisamente dal finestrino come puntini blu che lampeggiano e spariscono immediatamente. Non ti rendi conto della strada che stai percorrendo e l’Italia é tutta un’unica metropoli divisa da poche ore di attesa in ambiente asettico. Sui treni regionali, almeno, ti puoi godere un libro senza essere tormentato da annunci pubblicitari e cellulari in costante attivitá; entri un po’ nella vita reale, vedi i pendolari che si muovono per studio o per lavoro salendo dai paesini per raggiungere un centro piú grosso; senti lo scandire del tempo dato dal ripetitivo accelerare e rallentare del treno sui binari; ti accorgi almeno in parte della strada che stai percorrendo, leggendo i nomi delle localitá attraversate. Relazioni lo spazio con il tempo. E comunque, io son sempre piú convinta che la prossima volta, in Italia, ci vorrei girare in bicicletta.

Mamma mia, la situazione mi é scappata di mano! Quante cose da raccontare, quante esperienze, poco tempo per scriverle e niente connessione per pubblicarle! Ormai questo primo viaggio si é concluso ed io sono nuovamente a Vicenza, in occasione della festa a sorpresa di ieri per i 70 anni del mio papá. Approfittavo dei viaggi in treno per mettere insieme le idee e scrivere qualcosa, cosí ora vedrete pubblicate piú o meno casualmente cose scritte in momenti diversi durante il mio viaggio. Ma lo faró poco a poco per non crearvi indigestioni 😉

Già vi avevo accennato della presenza di un’oca senza nome tra gli animali del Casale. Un’oca grande, bianca, con gli occhi blu e due pupille nere ed espressive. Il primo giorno di permanenza non notai nulla di strano (in seguito capii che era dovuto al fatto che quel giorno ero stata sempre a fianco di Amedeo). L’unica cosa che successe quel giorno e a cui non diedi lì per lì importanza fu che mentre sedevamo sotto al “cachino” (l’albero di cachi) a guardare le capre che si alzavano su due zampe per assaporare i dolci frutti (stranamente quest’anno stavano maturando giá ora), l’oca si avvicinò a noi; Amedeo la prese, la accarezzó un po’ mentre lei protestava, e poi la lasció un po’ piú giú. Il giorno seguente Amedeo era un po’ influenzato ed io ebbi il compito di ripulire la stalla delle capre e il pollaio mentre lui si riguardava in casa. Per la prima mezzora o ora tutto tranquillo. Dopo un po’ peró mi accorsi che l’oca quando mi vedeva si avviacinava con fare minaccioso. Dapprima pensai che fosse gelosa di Austino, dato che lui mi aveva preso in simpatia e mi stava accanto fuori dalla stalla per farmi compagnia mentre io pulivo. Inizialmente quindi mi limitavo ad evitarla, cercavo di svignarmela il prima possibile dalla sua vista. Capendo che lei peró non aveva nessuna intenzione di lasciarmi stare, chiesi ad Amedeo cosa dovessi fare. Lui mi disse che dovevo  farle capire che non poteva mettermi i piedi (o le zampe) in testa, le dovevo dimostrare che non la stavo evitando e che non avevo timore di lei quando me la trovavo vicina. La cosa peró non era cosí semplice, perché lei mi si metteva davanti in tutto quello che facevo e non mi lasciava altra scelta che affrontarla. Amedeo mi consiglió di prenderla immobilizzandole il collo, la sua unica arma, poi prenderla in braccio ed allontanarla facendola svolazzare un po’ piú lontano. A parer di Amedeo dopo questa mossa lei non si sarebbe piú azzardata a comportarsi cosí. Devo ammettere che mi ci volle un po’ di tempo per farmi coraggio ed affrontare la faccenda da uomo a uomo (o meglio, da donna a palmipede), in fondo non mi é mai piaciuto affrontare gli animali con la (pseudo)violenza. Eppure lei non mi lasciava altra scelta, mi seguiva e si avvicinava e non mi lasciava lavorare. Il cuore mi batteva. Lei con lo sguardo perfido emetteva quel terribile suono che solo le oche fanno, avvicinandosi sempre di piú. Finalmente peró mi decisi ad afferrarle (senza stringere!) il collo e lanciarla a pochi metri di distanza. Non l’avessi mai fatto! Dovreste vedere come si arrabbió, mi corse incontro con le ali aperte, tutta ritta con quel collo lungo ritto ritto proteso in alto e il becco all’insú, starnazzando come un’indemoniata e soffiando come fanno i gatti quando vogliono mettere paura. Di lí cominció un buon quarto d’ora dove io quando si avvicinava troppo la prendevo nuovamente e la ributtavo lontano da me, con lo stesso identico reiterato effetto di farla correre immediatamente indietro. Speravo che dopo un po’ di volte avrebbe capito che quando la immobilizzavo non c’era nulla che lei potesse fare, e che avrebbe lasciato perdere (ad un certo punto). Provai diverse strategie, prima solo allontanandola, poi tenendola un po’ ferma e accarezzandola sussurrandole che non volevo litigare con lei e che ci potevamo volere bene, poi minacciandola che non sarebbe riuscita ad avere la meglio perché nel momento in cui le immobilizzavo il collo non aveva speranze. Niente. Cocciuta peggio di un asino (senza offese per Austino). Anche quando ricorsi ad Amedeo che me la prese e la allontanó fino a vicino all’orto ad almeno 50 metri piú in basso nel pendio (riuscendo anche a beccarmi di striscio mentre passavo vicino per rientrare nel recinto, e provocandomi un certo dolore ed un bel segno rosso sulla pelle), ebbi solo qualche minuto di tregua perché lei con passo deciso tornó al recinto.

In tutti i giorni seguenti, in qualsiasi momento della giornata, appena Guendalina (come l’avevo ribattezzata io, un po’ ironicamente) mi vedeva, cominciava a starnazzare di rabbia, e se mi avvicinavo un po’ al recinto degli animali, lei mi veniva incontro con il solito fare cagnesco. Scoprii che – sistematicamente – quando lei si avvicinava minacciosa, se la guardavo dritta dritta negli occhi, lei si avvicinava solo fino ad una distanza di circa un metro da me; poi si fermava, faceva l’aria da indifferente, mi guardava non piú dritta ma di sbieco con un occhio solo, cominciava a pulirsi le penne e ad arruffare il collo (cosa che non faceva mai in condizioni normali), in attesa che io mi girassi un attimo per cogliere l’occasione di fare un attentato. Perfida e pure disonesta! Austino che aveva capito che tra queste due femmine non correva buon sangue, provava ad interporsi tra me e lei ogni tanto, come a proteggermi col suo corpo, ma Guendalina, ben piú bassa di lui, riusciva facilmente a passarlo. Quando lavoravo nell’orto sinergico (confinante col recinto degli animali) da sola (lei si guardava bene dal comportarsi cosí in quando Amedeo era nei paraggi), lei sistematicamente veniva il piú vicino possibile, infilava il collo nei buchi fingendo di mangiarsi delle erbe al di lá della

 recinzione che non si sarebbe mai mangiata altrimenti, e cercava imperterrita il modo di trovare una via di uscita. A volte ci riusciva anche, dove la rete non arrivava bene fino a terra, e quindi dovevo sempre lavorare con le orecchie tese e la coda dell’occhio vigile. Insomma era cosí determinata che alla fine Amedeo la chiuse nella stalla delle capre per diversi giorni, anche perché potendo raggiungere l’orto si mangiava anche qualche piantina appena germogliata o trapiantata. Disse che ci sarebbe stata fino a metá novembre, quando una signora sarebbe venuta a prenderla per prepararne qualche pietanza. In quei giorni quando le portavo del cibo o dell’acqua fresca, appena aprivo la porta lei si impettiva e mi minacciava piú che mai. Devo ammettere che grazie a lei ho scoperto quante emozioni sono capace di provare nei confronti di un’oca, emozioni che si alternavano o si evolvevano nelle ore e nei giorni: timore, agitazione per il confronto fisico inevitabile, rabbia e sconforto per la sua cocciutaggine, curiositá, compassione ed empatia nel cercare di capire cosa la spingeva ad odiarmi cosó tanto, sorpresa per la sua furbizia e capacitá strategica,

ammirazione per la costanza e la perseveranza con la quale quest’animale cercava di raggiungere il suo obiettivo, scocciataggine per non poter lavorare mai tranquilla, dispiacere per la sua successiva prigionia e per la sua imminente triste fine. In un certo senso Guendalina mi ci ha fatto pure affezionare (in senso lato). Chissá cosa le frullava in testa, perché non mi potesse proprio vedere. Peró grazie a Guendalina ho scoperto tante cose che non sapevo su un animale come l’oca.